Inchiesta sulle Ong: dalle carte emergono le torture ai migranti in Libia

Nell’ambito dell’inchiesta “Borderless” che accusa le ong Medici senza frontiere e Sos Mediterranée di aver messo in pericolo la salute pubblica durante gli sbarchi nei porti italiani, la polizia giudiziaria di Catania mette insieme decine di casi di torture, malattie e infezioni basandosi sulle testimonianze della stessa Msf

23 novembre 2018

MILANO – La prova che i migranti soccorsi nel Mediterraneo sono vittime di trattamenti inumani in Libia si trova dentro le carte dell’inchiesta giudiziaria di Catania sulle ong Medici senza frontiere e Sos Mediterranée. Perché a Tajoura, “è in atto una campagna contro scabbia e pidocchi” dopo l’importante afflusso di 400 detenuti. Dentro al centro per migranti di Tarek al Matar “due latrine traboccanti per 900 uomini” e “gravi preoccupazioni per le condizioni di vita dei detenuti”. A Qasir Bin Ghasir “le persone vengono prese per il lavoro forzato e non ritornano. Un gruppo di 100 sudanesi (Darfur) è lì da mesi senza alcuna registrazione”. Ancora: “Nel salvataggio del 17 gennaio, durante la notte la clinica è stata riempita con pazienti disidratati a causa del vomito continuo”.

È proprio nei meandri dell’inchiesta “Borderless”, con cui la Procura di Catania ha chiesto e ottenuto il sequestro preventivo della nave Aquarius e di 460 mila euro complessivi che, secondo l’accusa, sono stati “risparmiati” dalle ong Medici senza frontiere e Sos Mediterranée smaltendo illecitamente i rifiuti prodotti durante i salvataggi in mare, che emergono elementi dei trattamenti degradati subiti dai migranti in Libia. La polizia giudiziaria di Catania mette insieme decine di casi di torture, malattie, infezioni, punture, fratture riportate dai migranti, basandosi su report, documenti e testimonianze della stessa Medici senza frontiere. Lo fa per dare forza a una delle tesi che emerge dal quadro accusatorio: che le ong avrebbero messo in pericolo la salute pubblica in Italia, durante gli sbarchi nei porti italiani, smaltendo e conferendo vestiti e rifiuti alimentari potenzialmente infetti.

A proposito di quattro diversi centri di detenzione per migranti in Libia si legge: “Gli standard minimi generali per le latrine, la doccia, l’accesso all’acqua e lo spazio sono accettabili per Anjila e Qasir Bin Ghasir ma sicuramente non per Tajoura e Tarek al Matar”. E poi le storie personali di malati e torturati, raccolte da pagina 30 a 39 della Cnr (Comunicazione Notizia di Reato) con cui lo Sco di Polizia di Stato, la Squadra Mobile di Catania e i due nuclei Scico e Npef di Guardia di Finanza comunicano ai sostituti procuratori Andrea Bonomo e Alfio Gabriele Fragalà gli elementi d’indagine raccolti a partire da luglio 2017. “Incremento dei casi di tubercolosi diagnosticati a dicembre (7 nuovi casi) la maggior parte provenienti dalla stessa cella” recita un altro passaggio. “Delle cose hanno iniziato a crescere sui nostri corpi, scoppiando, non abbiamo riconosciuto o compreso cosa fossero. C’erano insetti e ragni su tutti i nostri vestiti che continuavamo a toglierci di dosso” racconta Falasteen, migrante palestinese di 27 anni proveniente da Gaza e salvato il 18 ottobre 2017 dalla nave Aquarius. “Arrivammo in un magazzino-deposito vicino a Zerbo. In questo luogo c’erano già presenti 2000 persone. Immagina 2000 persone in 500 metri di spazio chiuso e bagni in cui nessuno poteva entrare. Gaza è mille, anzi un milione di volte meglio”.

Per l’intero articolo: redattore sociale 

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